Les Dentelles de Cogne
Aggiornamento: 5 set
La resilienza di un merletto tramandato attraverso i secoli esclusivamente per via orale e tenuto in vita dalla determinazione delle sue Dentellières a non perdere una tradizione che è parte viva e fondamentale dell’identità della loro comunità.
Un sapere custodito dalle donne e tramandato di madre in figlia ha reso Cogne una delle capitali internazionali del pizzo grazie ad una capacità e ad una tecnica realizzativa che non ha eguali al mondo.


Nel cuore del Parco Nazionale del Gran Paradiso c’è una Valle circondata da alte cime innevate, aperta in un grande prato strappato alla foresta quando era ancora pericolosa e selvaggia e attraversata da vitali e impetuosi torrenti;
una Valle rimasta più chiusa in sé stessa di altre, che ha creato tradizioni, retaggi e peculiarità irripetibili: la Valle di Cogne.
La Valle di Cogne
Una delle sue tradizioni più incomparabili sono le dentelles, i merletti, che l’hanno resa nel tempo una delle capitali di produzione del pizzo al tombolo.
Quella di Cogne è un’arte unica e complessa, differente da tutte le altre, per il non utilizzo di disegni, cartoni, cartamodelli che segnino la strada da seguire: tutti i punti sono realizzati con il solo ausilio della memoria e della pratica.
Fasi realizzative e pizzo finito, Cooperativa Les dentellières de Cogne.
C’è chi ammanta di leggenda e magia la capacità di «imitare la finezza e la trasparenza della brina sugli alberi» della prima merlettaia, le cui dita vennero incantate da una potente fata, ma il racconto che le dentellières stesse tramandano è ben più realistico e concreto e ci porta indietro fino al 1665, facendoci seguire la fuga di alcune suore benedettine dal convento di Cluny al paese di Saint-Nicolas (Ao).
L'Abbazia di Cluny e Saint-Nicolas (Ao)
Nella fuga non portarono molto con sé, ma stabilitesi nel paese ed entrate in confidenza con le abitanti, rivelarono ciò che di più prezioso e immateriale avevano portato con loro: la conoscenza per realizzare il pizzo al tombolo.
Probabilmente dovettero adattarsi, la conoscenza l’avevano portata ma forse gli strumenti no, è qui che inizia l’abitudine di “andare a memoria” senza schemi? O inizia quando la sorella del parroco di Cogne, che lavorava a Saint-Nicolas, fa ritorno a casa e condivide “a memoria” con le sue conoscenti il punto base dell’intreccio?
Non è certo, ma sappiamo che la tradizione di Cluny prevedeva e prevede ancora oggi l’utilizzo di modelli di base a differenza di quella di Cogne, che crebbe e si sviluppò in modo indipendente e autonomo, creando disegni, forme e figure prevalentemente geometriche, ma ispirate alla quotidianità della Valle: le gran d’ôdzou (seme d’orzo), la teppa teuppa (il ciuffo d’erba scuro e compatto), le den dou ressigón (i denti della sega), la tséina de la montra (la catena dell’orologio da tasca), l’abrou (l’albero), la foille (la foglia), la pavioula (la farfalla), l’aragne (il ragno), lou ratén (il topolino), l’oué dou moutset (l’occhio del falco)…
In breve tempo ogni donna della città si dotò di un cuscino personale su cui creare misteriosi e delicati intrecci di filo e ben presto la produzione cognese uscì dalle mura domestiche divenendo a tutti gli affetti un’importante risorsa economica che iniziò ad includere nella lavorazione anche il contributo della parte maschile della comunità che si adoperò per costruire un supporto in legno che permettesse di lavorare più agevolmente: lu cavalot, un sostegno che sorregge il cuscino. Ad esso venne data anche una nuova forma, facendolo diventare una ruota particolarmente stretta con un’anima in legno rivestita di paglia intrecciata, lana cardata e foderata con un panno di spessa lana e, a finire, rivestita con una stoffa più leggera a quadri, unico ausilio nel procedere in linea retta con la cimosa del pizzo.
I mariti li realizzano per le mogli, i fidanzati per le fidanzate… ogni cavalot segue la storia e le vicende umane della sua proprietaria e delle generazioni successive che lo ricevono come preziosissimo lascito, insieme ai bebeille, i fuselli, gli strumenti attivi del lavoro, realizzati in legno duro, con una forma unica nel suo genere: una testa piccola, un corpo lungo e sottile per contenere più filo possibile e un’impugnatura tonda di un peso consistente necessario alla realizzazione dei diversi punti e a mantenere le tensioni dei fili.
Cavalot, Maison Gérard Dayné, Museo Etnografico, 2. e 3. Cavalot, Cooperativa Les dentellières de Cogne
La Valle di Cogne è una Valle che basta a sé stessa, non solo nel dar vita ad una tradizione unica e ad un peculiare set di strumenti da lavoro, ma anche nella produzione del filato: a Gimillan grandi campi erano messi a coltivazione di canapa che veniva raccolta, lavorata e trasformata in filo da pitz.
Nonostante bastasse a sé stessa, non mancavano scambi e commerci con territori lontani: l’Alsazia e Murano erano fornitori di vetro colorato, declinato nelle teste degli spilli usati dalle merlettaie per tenere fermo il lavoro o nelle perline che formavano le vivaci collane a più fili che illuminavano il rigore dell’abito tradizionale di Cogne, il gouné.
Strumenti da lavoro e fotografia Maison Gérard Dayné, Museo Etnografico, Cogne
Gouné e abito tradizionale maschile, Cooperativa Les dentellières de Cogne
Gouné, spilli in vetro e scatola in legno con pizzo, Maison Gérard Dayné, Museo Etnografico, Cogne
Proprio legata al costume tradizionale è la primaria funzione del candido pizzo, che non è quella di uscire a conquistare il mondo, ma di rimanere con colei che lo realizza e lo usa per dare luce al nero profondo del costume popolare: rigido e severo, in pesante drap (lana di pecora lavorata) della Valgrisa che nasconde perfettamente le forme del corpo femminile (non a caso pare sia stato disegnato da mente maschile).
Il bianco era anche quello delle camicie e del grembiule della domenica con cui entrare in chiesa e onorare Nostro Signore, mentre alle spose erano riservati colori vivaci per nastri e grembiuli, ma gli elementi più preziosi rimanevano gli ampi colli lavorati con mai meno di 62 fuselli e i decori di pizzo sulle maniche.
Gouné e nastri, Maison Gérard Dayné, Museo Etnografico, Cogne

Collane e colli in pizzo, Cooperativa Les dentellières de Cogne
Abito e pizzi oggi si indossano nello stesso modo, con il medesimo entusiasmo, ma con un rinnovato orgoglio nel dichiararsi parte della propria comunità e nell’onorare gli antenati che li hanno realizzati, custoditi e tramandati.
Una produzione di pizzo florida e corposa, almeno fino al duro impatto con le due Guerre Mondiali che hanno costretto cavalot e pitz in soffitta per lungo tempo.
Nel 1925 Anais Ronc Désaymonet, una maestra di Arpuilles, si trasferisce a Cogne, si appassiona alla lavorazione del pizzo e incoraggia le merlettaie a riprendere in mano i fuselli.
Fu un'iniezione di nuovo entusiasmo e un potente motore che rimise in moto la produzione del pitz a Cogne.
Anais si prodigò per la rinascita di questa attività, chiese e ottenne l'introduzione dell'insegnamento del pizzo nella scuola elementare così che le bambine potessero custodire questo prezioso patrimonio artistico come memoria e risorsa.
Passione e amore per questa tradizione attraversano i decenni e nel secondo dopoguerra il testimone di Anais Ronc Désaymonet viene raccolto da Bibiana Truc.
Bibiana Truc con cavalot e pitz, Cooperativa Les dentellières de Cogne
Bibiana Truc darà nuova linfa che porterà il pizzo a farsi strada con forza attraverso gli anni ’50 e oltre, tanto che viene ripreso come materia scolastica nelle scuole elementari.
Amore, passione e resilienza portano nel 1981 alla fondazione della "Cooperativa Les dentellières de Cogne" che oggi ha sede nella Maison di Pitz a Cogne dove si lavora con rigore e passione per preservare e portare avanti la tradizione del pizzo di Cogne che continua a rimanere esclusivamente orale e quindi potenzialmente effimera.
La mia visita a La Maison di pitz e il suo preziosissimo archivio di disegni
Dagli anni ’50 però si è iniziato a tenere un registro-campionario dal valore inestimabile con tutti i disegni conosciuti, circa 250;
il valore di questo registro appare evidente considerando che oggi, nell’intera Cooperativa, ci sono solamente quattro donne (e voliamo su figure ottuagenarie) capaci di riprodurre a memoria tutti i 250 disegni, ma grazie al lavoro di catalogazione, ogni merlettaia può riprodurre (dopo un attento studio) i disegni e passare il testimone alle future generazioni.
Per altro, generazioni non più esclusivamente femminili giacché, uscendo dai confini tradizionali di genere, negli ultimi anni a scuola hanno coinvolto, con grande successo, anche la parte maschile delle classi che si è scoperta non poco appassionata al sapiente intreccio dei fili.
Se Cogne è stata storicamente una valle più chiusa di altre, il lavoro delle dentellières ha reso possibile scambi, confronti e legami con realtà affini, sia nazionali che internazionali, da Gorizia al Brasile.
La Maison di Pitz a Cogne rimane, per me, un luogo magico e di scoperta in cui anni fa ho incontrato per la prima volta questa tradizione secolare e resiliente e le donne che la preservano dall’oblio con forza, orgoglio e passione, e non posso che dirmi profondamente affascinata, comprendendo appieno l’amore che ha “investito” Bibiana Truc, ma anche tutte le meravigliose Dentellières che ho avuto la fortuna di incontrare e che hanno voluto condividere con me il loro sapere, rendendomi un po’ parte di questa loro magnifica storia.
Per questo ringrazio di cuore Ombretta Gérard, Cooperativa Les dentellières de Cogne.

Per ulteriori informazioni sulla Maison di Pitz rimando al loro sito:






Questi abiti sembrano sogni diventati realtà,per la volontà di donne che sembrano voler fuggire il mediocre quotidiano
Per rappresentare le infinite sfumature dell' animo femminile.
Grazie Camilla.
Organizziamo visite?
Maria Grazia Romano
Ottimo