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“The Gentleman – Stile e gioielli al maschile”: eleganza, teatralità e personalità dal 1700 a Pitti Uomo

camilla ruffini
14 ago
Tempo di lettura: 9 min

Aggiornamento: 25 ago

Finalmente un’occasione per approfondire un tema spesso trascurato e raramente trattato con tanta esaltazione?


locandina mostra “The Gentleman – Stile e gioielli al maschile”

Personal opinion in breve:

  • Si, la mostra è un’ottima occasione per approfondire il rapporto che hanno avuto abito e gioiello, dal 1700 ad oggi, nel costruire l’identità maschile tra gusto, appartenenza, ruolo sociale e funzione simbolica.

  • Sicuramente una mostra da non perdere per la narrazione estetica degli oggetti esposti, il loro valore culturale ed artigianale, la loro peculiarità che ha segnato ogni epoca con un differente e marcato carattere. Al netto di qualche ombra sulla fruizione dell’allestimento.

  • Significativo plus: Palazzo Morando ha una quadreria con chicche da non mancare, soprattutto per gli appassionati di costume.


Febbraio è tempo di rinnovamento, di fermento modaiolo, di nuove collezioni: un mese patinato.

Quasi quanto la profusione di pubblicità e inchiostro speso in occasione della mostra allestita a Palazzo Morando: "The Gentleman – Stile e gioielli al maschile", curata da Mara Cappelletti, annunciata scintillante, di nicchia ma profondamente  accattivante.

Quindi balzo su un intercity in lenta corsa verso Milano per andare a vedere con i miei occhi tanto decantato sfavillio.

Mentre viaggio continuo a leggerne garanzie di meraviglia: gli enti che concorrono alla produzione della mostra vanno dalla Camera Nazionale della Moda Italiana, al Dipartimento di Studi Storici "Federico Chabod", all’Università Statale di Milano, alla collaborazione con Rai Teche e non mancano partner di prestigio come la storica Sartoria Tirelli Trappetti Costumi dal 1964, l’Atelier Bruno Piattelli, gli archivi del gioiello storico e contemporaneo, con il contributo di Kyocera che crea per ogni vetrina «una scenografia tessile dal forte impatto visivo: sfondi stampati su tessuto pensati per valorizzare gli oggetti e permettere di leggere ogni abito e gioiello come parte di un sistema culturale più ampio».

Entusiasmo.

Che raggiuge l’empireo quando leggo l’intento dichiarato della mostra di «riflettere sul significato culturale e simbolico dell’ornamento, restituendo dignità storica e contemporanea a un ambito troppo spesso trascurato del costume maschile».

Nel frattempo, finalmente arrivo a Palazzo Morando.


Appena varco il grande portone che dalla tranquilla via Sant’Andrea mi conduce nel cortile del Palazzo, inizio a respirare un’aria di solennità, stemperata da una più accogliente dimensione da dimora borghese.

Meno accogliente è il portone d’ingresso al piano terra chiuso (presumo) per lavori di ristrutturazione; in sua vece, ad indicare la via d’accesso è uno sparuto foglio A4 su leggio di plastica che recita «MUSEO – entrata» e mi dirotta al raccolto  ma possente scalone d’accesso.

Salite le due rampe di scale rimango un po’ interdetta su come seguire il percorso espositivo, fortunatamente la cortese accoglienza del personale non lesina  indicazioni e delucidazioni.



Quindi via di corsa alla sezione “costume”!

Ma nella corsa la coda dell’occhio è attirata dalla quadreria che sto attraversando.

Scorci di quotidianità che fermano per sempre nel tempo l’istante di una cavalcata in tenuta da amazzone lungo i navigli ancora selvaggi, come di una domenica mattina in Piazza Duomo, con  eleganti borghesi avviati sobriamente all'entrata della chiesa mentre venditori e saltimbanchi si adoperano nelle loro attività.

Memorie della città che riesco a “sentire” davvero, come se fossi dentro il loro racconto, anche grazie alla dimensione intima e raccolta della dimora storica che le conserva.

Una dimensione che perdo varcando la soglia della sezione dedicata al costume, con discreto stupore.



Un po’ angusti sono gli spazi che mi accolgono con bianche pareti freddine, virate al verde da una luce birichina che si riflette con deciso bagliore sui vetri delle vetrine.

Si inizia dal 1700 e l’entusiasmo vola davanti a marsine e gilet, capi di indiscutibile pregio, a bottoni, fibbie da scarpe, anelli, spille, catene da tasca… dettagli fondamentali che completano il senso della moda dell’epoca: non a caso il secolo della vanità, in cui apparire e stupire erano parole d’ordine irrinunciabili.

Il colore, le fantasie bizzarre e i dettagli preziosi erano necessità da unire ad una brillante conversazione per essere una presenza a cui nessun salotto “bene” avrebbe mai voluto rinunciare.




Necessità e desideri che si diffondono tra gli aristocratici, ma anche tra i gentiluomini che danno (finalmente) la stura alla scalata sociale.

Materiali veri iniziano a mescolarsi ad innovazioni ingegnose: da leghe che simulano l’oro a pietre che simulano i diamanti… è qui che Georges Frédéric Strass fa del vetro sfaccettato la versione più democratica dei diamanti.

Il contributo scenografico di Kyocera riesce sicuramente a rendere l’idea di come tutti questi elementi potevano essere vissuti nella vita reale, ma in questa prima vetrina, più piccola rispetto ad altre, mi fa perdere la leggibilità dei capi esposti in una eccessiva stratificazione visiva.

Ma la vera difficoltà, per una perfetta fruizione dei preziosi gioielli esposti (che sono per lo più oggetti piccoli), è che per tutta la mostra (fatta eccezione per una vetrina) siano tutti sistemati a non più di una quarantina di centimetri da terra, il che ha implicato che guardassi tutta l’esibizione tuffata o direttamente inginocchiata a terra, cercando di non oscurare i gioielli in visione frontale con la mia ombra.

Alla quarta sala avrei invocato a gran voce un chiropratico e una luce da minatore.

In compenso i pannelli che illustrano il periodo storico e le sue peculiarità sono sintetici, ma interessanti e in poche righe regalano un’esauriente visione sui gioielli e sul loro ruolo nell’epoca in oggetto.


Dopo la prima sala scivolo in un corridoio pendente, sfruttato per esporre alle pareti una succinta ma efficace evoluzione della storia della moda maschile, che è sempre cosa buona e giusta.

Arrivo quindi in una angusta stanza piena di capolavori.

Una vetrina, fortunatamente ad altezza umana, piena di interessantissimi oggetti di fattura straordinaria disseminati su una lunghezza considerevole.

Sempre sotto le stesse luci birichine, brillano anelli, fermasoldi, portasigarette, catene da gilet con decorazioni… e niente meno che uno spillino con la testa di Garibaldi in corallo, realizzato per commemorare la sua accoglienza trionfale a Londra nel 1864. E poi curiosità massoniche, un completo di bottoni da sparato in corallo e diamanti perfettamente conservati e alloggiati nella loro scatola originale, una meravigliosa spilla che è anche una praticissima lente di ingrandimento e, tra i gemelli, ne spicca un paio realizzato con la tecnica del mosaico.

Piccoli e discreti capolavori che si fanno portavoce della sobrietà borghese che rinuncia agli sfarzi bizzarri e colorati del secolo precedente per abbracciare una silenziosa e operosa produttività, remunerativa quel tanto da eguagliare o superare le antiche ricchezze aristocratiche ma esibita con misurata raffinatezza.





Raffinatezze borghesi affiancate alle meraviglie di quel fortunato periodo a cavallo tra la fine del XIX e l'inizio del XX secolo, un’epoca segnata dal sodalizio creativo tra il nostro Vate futurista ed esteta e Mario Buccellati, un rapporto intenso che perdura negli anni e di cui è testimonianza uno dei portasigarette esposto inciso con il motto tutto dannunziano «io sono ciò che ho donato».

Mi sorprende e mi distrae dalla linearità del percorso la voce di Paco Rabanne e non resisto al seguirla.




Scopro così un’intervista in cui racconta la sua personale interpretazione di eleganza celebrando il colore della moda maschile degli anni ’60 e promuovendo i colli alla Mao come definitivi sostituti della cravatta.

Le Teche Rai regalano racconti visivi che rapiscono con le inaspettate interviste di un giovanissimo Emilio Fede a Pasolini o di un Dalì che dichiara con straordinaria enfasi che «l’eleganza sia tutta una questione di struttura molecolare e di sconvolgimenti chimici», fiero di non essere mai andato da un sarto (casomai è andato lui a casa sua), si proclama seguace dell’acido desossiribonucleico capace di ogni cosa, nella vita e nella moda.


Piena di visioni molecolari, ritorno al tavolo imbandito di meraviglie Belle Époque e Art Nouveau per superarlo e arrivare ad una vetrina che trovo perfettamente funzionante per quanto riguarda l’equilibrio tra sfondo-abiti esposti-spazio (il bianco e nero esalta i colorati e ricchi tessili).

Una favolosa uniforme da ambasciatore del Regno Italico, due gilet che rompono la monocromia borghese ottocentesca spingendo verso un’allure da dandy e un completo che invece abbraccia  la grande rinuncia ottocentesca in cui gli abiti si fanno discreti, giocando tutto su alti standard qualitativi del taglio sartoriale e  della scelta delle stoffe;

lo stesso accade ai gioielli, discreti segni di distinzione personale e sociale.



Ad ogni abito si abbinano chiaramente i gioielli che più gli si addicono.

Onorificenze di casa Savoia, gemelli incisi per celebrare il Royal Wedding del 1895 tra Emanuele Filiberto di Savoia–Aosta ed Helena d’Orleans, gemelli più semplicemente smaltati con lo stemma della Casa regnante, si alternano a fermagli da mantelli in argento lavorato a sbalzo, pendenti a sigillo in oro e corniola incisa e portasigarette in argento con una scena, anch’essa a sbalzo, di lupi all’attacco nella steppa russa (una scelta di peso, letteralmente), oltre a set da sparato e gilet da sera in oro, platino, madreperla e piccole perle

(e qui sarebbe da approfondire la questione innovazione dei materiali, soprattutto in fatto di platino, ma si dirà più avanti).



Ed entriamo nell’epoca Déco!

...

Ma purtroppo ben meno patinata di quanto pensassi: pareti verdognole, vetrina con i bordi superiori neri,  l’assembramento interno dall’impatto un po’ caotico e il fondale di Arbiter tirato male, mi restituiscono un sentimento più da guerra fredda che da eleganza Déco.

Detto questo, la grande vetrina centrale mi fa attraversare gli anni ’20, 30’ e ’40, celebrando giustappunto Arbiter, rivista che dal 1927 «racconta i modi dell’uomo: cultura eleganza, arte, emozione, qualità e pertinenza dell’essere» per sua stessa dichiarazione d’intenti.

Giacche da camera si alternano a eleganti smoking, divenuti ormai l’abito formale da sera di riferimento anche grazie alla spinta dell’allora Duca di Windsor, maestro di stile, qui appartenuti ad altri personaggi di spicco, e frac meravigliosamente confezionati da celebri sartorie, in lana e seta.



Accanto a loro splendono linee squadrate e geometriche, contrasti cromatici e materiali che gridano modernità arricchendo e rivisitando gli accessori della tradizione;

una chicca su tutte: «sono scapolo, pago la tassa!» clip e placchette in metallo smaltato dichiarano a gran voce che fosse ben preferibile il pagamento di una tassa sui 100 euro che una suocera, almeno fino al 1943.

Gli anni ’40 passano dal buio ricordo della donazione dell’oro alla Patria, alle forme inaspettate e vitali, soprattutto americane, come abachi e microfoni, rigorosamente in oro 24k.

Si, forse un filo kitsch, ma sicuramente aprono la strada del ritorno alla vita nel secondo dopoguerra.

E infatti, finita la guerra, anche la moda maschile rinasce con forza e come espressione di gusto personale.



Sempre Arbiter esalta questa rinascita con il primo Festival della Moda maschile ideato nel 1952 a San Remo dal suo direttore, Michelangelo Testa, segnando l’inizio delle sfilate dedicate all’alta sartoria maschile, che porteranno idealmente nel 1972 alla nascita di Pitti Uomo.



Dietro l’angolo so che mi aspettano gli anni ’60 con tutte le loro fantasiose declinazioni pulsanti di vita e di audace sfida alla tradizione sartoriale!

Ma con stupore, l’unico tocco di novello dandismo e di allegria lo trovo in una sciarpa e un fazzoletto fantasia che accompagnano gioielli classicheggianti con un tocco di colore in più e qualche bocciolo di fiore.



A questo punto non mi stupisce trovare esposti, per quel decennio e per il successivo, gli abiti di Pasolini, Memo Remigi per Fantastico, Mastroianni e uno smoking con mantello di Augusto Martelli.

Una sala di tranquillizzante classicità, a fronte di tutti i movimenti nazionali ed internazionali che hanno scosso le fondamenta stesse della storia della sartoria classica maschile.

Meno male che mi appare misticamente una giacca dalla incredibile lavorazione la cui firma non poteva che essere Ferrè insieme ad una collana in tessuto con pendenti nautici, meravigliosamente pazza, made in Missoni, e qui si: evviva il genio creativo.



Per quanto possa infastidirci anagraficamente, gli ultimi anni 1990 e i primi 2000 sono decisamente ormai storia tout court e in mostra se ne celebra con entusiasmo l’iconica gioielleria contemporanea.

Finalmente fonti di luce perfettamente piazzate illuminano vetrine ad altezza umanamente ragionevole e funzionale in cui splendono pochi ma sensazionali oggetti.

Damiani, Buccellati, Cartier, Bulgari… sono accostati a nomi di designer meno noti al grande pubblico.


Gioielli simbolo dei decenni più recenti della nostra storia sono testimoni dalla rinnovata libertà di sperimentazione per cui la gioielleria è necessariamente celebrazione di autenticità ed individualità e si lascia alle spalle le nette distinzioni delle epoche precedenti tra maschile e femminile.



Ultima sala.

Tripudio di documenti visivi dell'archivio del mondo Rai che raccontano le sfilate di moda maschile degli anni ’60 e ’70: sensazionali.

Ripercorro al contrario le ultime sale iniziando a pensare cosa porto con me di questa mostra.

Sicuramente il plauso per aver voluto dare voce e focalizzare una parte della moda maschile spesso trascurata e non valorizzata, abbinandola ai capi con cui davvero hanno condiviso vicende umane e storia e ad immagini che ne restituissero la visione d’insieme;

i video delle Teche Rai sono da considerarsi alla stregua dei preziosi monili sotto vetro, per la qualità dei contenuti e perché vedere abiti e accessori indossati e in movimento è sempre tutta un’altra storia.

(E su tutti vince l’acido desossiribonucleico di Dalì).

Al di là di qualche pecca nell’allestimento è una mostra forse meno patinata di quanto promesso ma ricca di contenuto;

è sicuramente da non perdere, un’occasione più unica che rara, seppur lontana dal catturare davvero un pubblico che vada oltre quello di settore.

[Chiropratico escluso.]


Fino al 27 settembre 2026 a Palazzo Morando, Via Sant'Andrea, 6, Milano.

Mostra visitata il 6 marzo 2026




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