Mostre di moda: sterili cataloghi di oggetti senza vita o scenografiche realtà da sogno?
Aggiornamento: 16 ago
Le esposizioni di moda possono essere “WOW!” o solo “sleeping beauties” cristallizzate in acquari senz’acqua e senza vita?
Il caso del nuovo allestimento del Museo della Moda e del Costume

Personal opinion in breve:
Al netto dell’indiscutibile valore degli abiti esposti, attraversando molte delle sale ho l’impressione di camminare tra le vasche di un acquario, senz’acqua, ma popolato da bellissime addormentate, che accentuano la distanza tra l’abito conservato e la vitalità che lo pervadeva, oltre a marcare un difficile coinvolgimento per un ampio pubblico.
Alcune sale riescono invece ad essere immersive e il dialogo tra capi e opere pittoriche coinvolgente. Una certezza su tutte gli abiti superstiti di Eleonora di Toledo, Cosimo De Medici e Don Garcia capaci di suscitare un vivo sentimento “devozionale” a distanza di secoli.
L’effetto wow si percepisce solo a sporadici tratti e svanisce progressivamente più ci si avvicina alla conclusione della visita, non per la qualità dei capi esposti, ma per l’allestimento che va oltre le sleeping beauties iniziali dirigendosi direttamente a manichini sparuti e un po’ sperduti nello spazio.
Un allestimento in ogni caso sicuramente da vedere e rivedere per approfondire l’intento di rotazione espositiva di una parte della collezione.

Le mostre di moda sono sempre più eventi mediatici che si spingono ben oltre la ricercatezza dei capi esposti, attirano masse, suscitano dibattiti e critiche sulle trovate più peculiari o la mancanza di esse.
Si dividono tra la pura conservazione da cultori della materia e mostre multisensoriali, pop, glamour, scintillanti, scenografiche in cui non si disdegna di accostare il vero al verosimile, studiate a tavolino per sedurre il grande pubblico.
Nel caso del nuovo allestimento della Museo della Moda e del Costume di Palazzo Pitti curato da Vanessa Gavioli l’intento è quello di alimentare un “progetto di rinnovamento museale, volto a rendere i contenuti fruibili anche a un pubblico non specialistico, senza rinunciare al rigore scientifico che contraddistingue la ricerca storica e conservativa delle Gallerie degli Uffizi”, basandosi su una rotazione continua degli abiti più moderni, mantenendo come punto fermo la storia del XVIII e XIX secolo, insieme alle medicee e miracolose meraviglie.
Spoiler: il rigore scientifico è indiscutibile, la fruizione accattivante su ampia scala, meno.

Confesso che percorrere le scale quasi “intime”, rispetto alla grandeur del Palazzo granducale, che conducono alla piccola porta oltre cui si spalanca un mondo di meraviglie è sempre un momento di emozione da battito di cuore e brillio d’occhio.
Mentre le scendo, mi corrono alla memoria, tra le altre, le immagini da sogno di un precedente allestimento, Animalia Fashion, una Wunderkammer che sbalordiva sala dopo sala.
Così, piena di emozioni e ricordi ho varcato la soglia di quella porta, pronta ad essere trasportata in un turbine di straordinarietà.
E invece: sbam!
Ad un certo punto focalizzo all'interno della vetrina un vaso nientemeno che delle manifatture di Meissen e “tocco con mano” l’intento, apprezzabilissimo, di ricreare il sentimento, l’idea della vita che l’abito ha vissuto nel suo tempo, ma anche di testimoniare come il gusto del periodo abbia coinvolto e pervaso tutte le arti, oltre la moda.
La nota per me dolente è il fatto che ci si sia limitati ripetere in poche altre vetrine l’inserimento di elementi di arredo o simili (figurano per lo più sporadici periodici d’epoca e infiniti accessori).
Come dicevo, l’intento dell’esibizione è anche quello di coinvolgere un pubblico non specialistico, ma personalmente ho trovato un po’ povero e non sufficientemente esaustivo l’inquadramento storico delle singole sale affidato, in questa prima sala, ad un piccolo pannelletto appeso sulla parete che rimane alle mie spalle entrando, non troppo evidente ma soprattutto poco funzionale e coinvolgente proprio per chi non bazzica abitualmente la storia del costume.
Per contro le didascalie dei singoli elementi raccontano storie interessantissime, peccato ci si debba tuffare di testa verso il pavimento per riuscire a leggerle.
Insomma, esco dalla sala colpita dagli straordinari pezzi esposti, ma inizia a serpeggiare in me il pensiero che l’allure che mi aspettavo non sia poi così fascinosa.
Passo dopo passo attraverso le sale e i decenni sempre più con l’impressione di camminare in uno strano acquario, sprovvisto d’acqua ma riccamente popolato, che accentua, a mio parere, la difficile distanza tra il mondo reale e quello dell’abito esposto, sottolineando con più forza la perdita della funzione primaria e fondamentale dell’abito:
essere parte di una vita viva.
Passando alla sala neoclassica e napoleonica, gli abiti testimoniano la liberazione del corpo femminile dalle strutture che l’hanno, fino a quel momento, drasticamente allontanato dalle sue forme naturali.
Il corpo è coperto solo di strati di finissima mussola ricamata con fiori e uccellini colorati, è un inno alla vitalità, ma gli abiti sembrano sempre più farfalle spillate in grandi scatole entomologiche, “frizzate” in un’istantanea come Madame Rouillard con sua sorella e un’amica ritratta dal marito Jean-Sébastien nel 1824 perfettamente immortalate nell’incanto della sospensione dell’emozione neoclassica.
La prima sala che finalmente mi emoziona davvero è quella che racconta il Romanticismo, le maniche a gigot e il ritorno delle sottostrutture per eccellenza: le crinoline.
Sarà la sala più spaziosa che dà respiro, sarà che qui mi sembra che un abito da solo in una teca, illuminato da una luce che lo fa emergere dalla penombra con la presenza scenica di un attore a proscenio, l'impressione è che smetta di sembrare un animale in cattività e assuma la dignità e il ruolo del protagonista di una storia carica di fascino.
Abiti mozzafiato mi trascinano, con il naso appiccicato ai vetri, attraverso gli anni ’30, ’40 e i miei amatissimi anni ’50 dell'Ottocento con i miei, ancor più amati, abiti da sposa, ma non solo: abiti da giorno con delicate fantasie floreali a piccoli incantevoli boccioli, accostati ad una geometria sorprendentemente contemporanea, in dialogo con i ritratti di leggiadre signorine dipinte da Giuseppe Colzi de Cavalcanti e Clemente Alberi.

Ad un colpo d’occhio generale della sala, sembra di vedere le invitate ad un ballo perfettamente armonizzate e complici tra loro.

Ad un colpo d’occhio generale della sala, sembra di vedere le invitate ad un ballo perfettamente armonizzate e complici tra loro.
E sull’ultimo abito lascio un pezzo di cuore: un sogno di sartoria inglese del 1862 in seta avorio ricamato con filo d’oro a spighette in un intreccio a nodi per un’elegantissima sposa.
E se un pezzo l’ho lasciato negli anni ’60, il resto del cuore me lo gioco negli anni ’80, davanti all’abito da sposa di Charles Frederic Worth.
Una meraviglia sartoriale che imprigiona con perfetta eleganza il corpo, un corsetto che rasenta la pura linearità geometrica a poetico contrasto con il sellino che crea una nuvola di seta sulla parte posteriore dell’abito: un capolavoro.
Cappellini fioriti, scarpine, parasoli, ventagli in sospensione, completano, arricchiscono e contribuiscono a dare l’idea di ricchezza dei decenni ’70 e ’80, con un filo di caoticità nell’allestimento.
Una caoticità che scompare entrando nella penombra della parte necessariamente più statica, immutata e necessariamente “sterile” del percorso: quella che custodisce le straordinarie vesti di Eleonora di Toledo, Cosimo De Medici e Don Garcia.
Un’emozione che si conferma ad ogni visita creando l’illusione di una affascinante catacomba in cui mi aggiro quasi in uno stato devozionale, osservando gli abiti che mostrano i segni di una vita che li attraversa letteralmente - avendo accompagnato il trapasso dei loro proprietari - e che si rivelano sempre come la parte più coinvolgente e commovente delle esposizioni di Pitti.
Inevitabilmente è brusca l’uscita da questa emozione commossa nel bel mezzo della (un po’ faticosamente immaginata) vitalità festosa delle sale dedicate alla Belle Époque e al cambiamento della geometria del corpo femminile, vissuta con straordinaria e incantevole eleganza dall’elemento più vitale della sala: il ritratto della "Signora in bianco" di Giovanni Boldini.
Eppure nelle grandi teche sono esposti indiscutibili capolavori, come quelli di Catherine Donovan, couturière newyorkese che vestì, nel cuore di Madison Avenue, l’élite della Manhattan della gilded age.
E dalla gilded age ai roaring twenties il passo non è breve, ma il cambio di sala si e mi trovo davanti agli scintillanti abiti protagonisti di balli sfrenati, sullo sfondo vivido delle opere pittoriche di Galileo Chini alle pareti;
gli accessori, le parrucche (stupende) e i quattro abiti esposti, sembrano ancora vibrare di vita pulsante pur nella loro immobilità, dando l’illusione di poter entrare in un mondo lontano insieme a loro.
L’emozione mi riacchiappa in quel secondo dopoguerra che racconta delle geniali sfilate fiorentine che danno slancio e corpo al saper fare italiano, al Made in Italy, raccontato al di là dell’Atlantico dai corrispondenti delle testate internazionali: un’epoca fondamentale per la nascita e il consolidamento della storia della moda italiana.
Gli abiti tolgono il fiato e, anche se in un angolo defilato, i filmati dell’Istituto Luce fanno rivivere le sensazioni di rinascita e di irripetibile fermento di quel momento della storia del nostro costume.
Abbandonati quei decenni, si entra più in profondità nella sezione “a rotazione” della Galleria, in cui gli abiti provano ad accogliere scenograficamente lo spettatore di sala in sala con la semplice presenza scenica di sé stessi inserita nell’architettura medicea.
Ma per quanto entrambe le cose siano ricche di forza e bellezza, la sensazione è quella di essere accolti in grandi e gelidi contenitori stanchi, nonostante l'intento sia esaltare le opere contemporanee dei più grandi couturier italiani e non.

Proprio le ultime sale, infatti, quelle che preparandoci all’uscita dovrebbero essere quelle che marcano definitivamente l’esperienza della visita e i sentimenti che ci ha suscitato, ospitano i capi delle maggiori firme dei decenni a noi più vicini: Ferrè, Valentino, Prada, Galliano, Galante, Jean Patou… sono lì desiderosi di congedarmi con tutto lo splendore e l’esaltata meraviglia del loro essere…e invece sembrano tanti tristi e “stinfi” (genovesismo per "miserelli") manichini ben vestiti, addirittura apparentemente abbandonati nello stanzino di servizio che è quello che sembra l’ultima sala prima del corridoio d’uscita.
Un corridoio vuoto e buio che mi lancia verso una vetrina che raccoglie, apparentemente alla rinfusa, pubblicazioni patinate e griffate dei decenni del XXI secolo, senza alcuna indicazione;
per carità, per i decenni più vicini a noi possono anche non essere fondamentali, ma lo sarebbero state per le pubblicazioni storiche ospitate nella grande vetrina che le sta di fronte (quindi alle mie spalle e ho visto più visitatori non accorgersi neppure della sua presenza) e che mostra con entusiasmo pagine e pagine di moda appoggiate lì, senza dettagli, senza coordinate, in semplice contrapposizione visiva alle prime.
La mostra è finita e posso andare in pace.
O meglio, posso uscire con la buona pace di un’esperienza che mi aspettavo nettamente differente essendo abituata alle meraviglie allestitive e alla valorizzazione vitale dei capolavori sartoriali delle collezioni della Galleria che ho visto personalmente negli anni.
Le mostre di moda non devono necessariamente essere sempre da effetto wow ma il coinvolgimento e l’accompagnamento del pubblico credo non possano essere tralasciate, anche per far comprendere a tutti meglio il valore della propria collezione.
Non possiamo e non vogliamo essere tutti il MET, ma forse potremmo infondere più vita nel nostro straordinario patrimonio tessile.
Nel complesso un’esperienza sicuramente da vivere per la straordinarietà dei capi della collezione.
Dal 18 giugno sarà aperta al pubblico la proposta successiva Il genio di Sarmi, visitabile fino al 31 dicembre 2026, Palazzo Pitti, Museo della Moda e del Costume, Piazza de' Pitti 1, Firenze.
[Neanche a dirlo, sono curiosissima di vederla!]
Mostra visitata il 24 febbraio 2026




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